lunedì 27 luglio 2015

La Città di Dante

La Città di Dante – La Città di Dante ci offre un modello quasi paradigmatico della crisi drammatica della società comunale. Nel corso del XII secolo il potere è in mano a una ristretta oligarchia magnatizia di origine feudale, forte delle terre che ancora possiede nel contado e soprattutto di un animoso spirito guerresco.
I popolani, cioè il nuovo ceto mercantile che si sta affermando con la nascita e il rafforzarsi delle corporazioni (o arti), si alleano con i cavalieri, la piccola nobiltà da tempo trasferita nel Comune.
Popolani e cavalieri riescono a imporre, nell’ultimo ventennio del secolo, un nuovo regime politico che in parte attenua il prepotere nobiliare grazie alla mediazione pacificatrice di un magistrato, il podestà, estraneo alle lotte fra le frazioni.
L’aiuto che l’aristocrazia cerca presso gli imperatori fa schierare i popolani dalla parte avversa, cioè con i guelfi, nella prima metà del secolo XII continua sopra la contesa con alterne vicende, particolarmente Dopo l’intervento, però, un’insurrezine dei popolani abbatte il dominio ghibellino, fiaccato anche dala morte dell’imperatore: accanto al podestà, pian piano esautorato, è eletto un caitano del popolo candidato da un consiglio degli anziani, diretta espressione degli interessi delle arti.
Per dieci anni fra il 12 e il 1260 si ha così a irenze il governo del primo popolo, durante il quale la borghesia mercantile rinsalda notevolmente il suo potere economico e politico; non a caso, proprio nel 1252 è coniata la moneta ufficiale del comune, il fiorino.
Nel 1260, una coalizione capeggiata da Manfredi, figlio naturale di Federico II, e comprendente le diverse città nemiche di Firenze (Siena soprattutto) che avevano dato ospitalità agli esuli ghibellini, sconfigge l’esercito popolano a Monteperti. La vecchia aristocrazia, con a capo Farinata degli Uberti, rientra in città assetata di vendetta, mentre i Guelfi fuggono e le loro case sono distrutte e saccheggiate. Viene restaurato l’antico ordinamento podestale, difeso dai cavalieri tedeschi lasciati a presidio del Comune.
Ma la vittoria ghibellina è effimera: sei anni dopo, a  Benveuto, Manfredi è sconfitto da Carolo D’Angiò in Italia dal papa Clemente IV. I mercenari tedeschi sono cacchiati da Firenze, dove rientrano i Guelfi accompagnati, però dalle truppe francesi, la cui prepotenza si rivolgerà contro gli sessi popolani a sostegno della nobiltà guelfa.
Gli ultimi trent’anni del secolo sono tra i più convulsi della storia fiorentina: da un lato continuano i contrasti fra la noblità guelfa vittoriosa e quella ghibellina, ormai esautorata; dall’altro il popolo grasso prosegue nei suoi cesi e dei signori. Approfittano delle difficoltà in cui viene a trovarsi Carlo d’Angiò con i vespri siciliani nel 1282 la ricca borghesia impone una nuova cotituzione.
Da questo momento la lotta fra i magnati, che raggruppano i nobili più retrivi e non poche famiglie uscite dal popolo  nell’ ambito militano anche clementi nobiliari assimilati al ceto mercantile diventerà sempre più serrata.

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