Riassunto Canto Purgatorio 18 – Dante e Virgilio proseguono la loro conversazione dottrinaria. Dante chiede alla sua guida di spiegargli cosa sia l’amore e il modo in cui esso dia origine al bene e al male. Il poeta latino lo definisce come un’inclinazione che sorge naturalmente nell’animo e che lo piega verso ciò che gli piace; tale inclinazione si trasforma in desiderio, che c’è per placarsi solo quando è appagato. Non è detto, precisa Virgilio, che l’amore si realizzi in forme positive. L’anima è naturalmente disposta al bene, ma l’uomo è dotato della facoltà di giudizio, che è del tutto libera. Pur ammettendo che gli amori potenzialmente rivolti al male sorgano spontaneamente e liberi nell’animo, sta all’individuo ricorrere alla propria capacità di giudizio e respingerli. Intanto è quasi mezzanotte. Giunge, correndo con ardore, un gruppo di anime: sono gli accidiosi che in vita furono lenti nell’amore rivolto al bene; essi ricordano due esempi di sollecitudine di virtù opposta all’accidia. Il primo riguarda Maria, che, non appena seppe della gravidanza della cugina Elisabetta, si affrettò ad andare a trovarla. L’altro esempio è tratto dalle imprese militari di Cesare, che conquistò fulmineamente la Spagna.
Virgilio chiede ai penitenti di indicare il punto per accedere alla cornice superiore. Risponde l’abate di san Zeno di Verona. Egli predice che di lì a poco morirà un uomo che sconterà il peccato compiuto contro quella abbazia. Si tratta di Alberto della Scala, signore di Verona, morto nel 1301; egli impose come abate il proprio figlio naturale Giuseppe. Si avvinano intanto due anime che proclamano esempi di accidia punita. Il primo riguarda gli Ebrei, che perirono perché stanchi di camminare verso la terra promessa, si ribellarono a Mosé: il secondo riguarda invece i Troiani al seguito di Enea, che si fermarono in Sicilia e non proseguirono il viaggio con il condottiero per evitare fatiche e rischi. Allontanatesi queste due anime, Dante si lascia andare ai pensieri e si addormenta.
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