I Sette Peccati Capitali – Informazioni sui Sette Peccati Capitali
Secondo la teologia cattolica, il peccato è un’offesa a Dio, alle leggi che egli ha posto nel creato (quindi, ai dieci comandamenti impartiti al popolo di Israele tramite Mosè). Alla stessa dignità dell’uomo. esistono peccati venali, cioè perdonabili, e peccati capitali, cioè mortali (allo stesso modo in cui si dice pena capitale): Il numero di questi ultimi venne fissato in sette da Papa Gregorio . Essi sono la superbia, l’invidia, l’avarizia, l’accidia, l’ira, la gola e la lussuria. La scelta del numero non è casuale, in quanto esso designa nella Bibbia pienezza ed esaustività (sette, per esempio, sono i giorni della creazione del mondo). La serie conclude quindi il novero delle colpe peggiori. La superbia è il più grave dei vizi ed è all’origine di tutti gli altri. Di essa, si macchia Lucifero, il più bello degli angeli, ribellandosi a Dio, ma anche Adamo; entrambi, infatti, ebbero la presunzione di potere essere pari al Creatore e infransero i suoi divieti. L’invidia va intesa anzitutto come odio per il prossimo; l’avarizia, è, più che puro composto della generosità (o, come si diceva nel Medioevo, della liberalità), l’avidità, l’accidia e la tepidezza nel seguire il bene, una sorta di colpevole pigrizia morale; l’ira implica l’incapacità di dominarsi, la gola la ricerca smoderata di cibi e vini (comprensibile, se si pensa che il bisogno e la penuria hanno dominato la storia dell’umanità in Occidente, sino alla metà del secolo scorso); la lussuria è il vizio legato alla sessualità, sganciata dai suoi fini strettamente procreativi. Nel pensiero scolastico, e, in particolare, in sa Tommaso d’Aquino, il peccato ha un’origine razionale, poiché ogni creatura cerca naturalmente quello ce crede il proprio bene, il vizio coincide in un’errata identificazione di quel bene. In questo modo, il peccato può essere corretto dalla ragione, e per questo viene giustamente punito. Al peccato si oppone la virtù, definita, sulla sorta di Aristotele, come giusto mezzo: ogni peccato è, comunque, un eccesso. Occorrono tuttavia le virtù per resistere alle tentazioni che il demonio pone sula strada dell’uomo, nel tentativo di dannare a sua anima.
La società contemporanea ha messo in crisi queste nozioni. Nel sentire collettivo, i vizi capitali hanno perso molta della loro gravità: non sono più considerati manifestazioni del male al perdersi per sempre, né sono più visti come frutto della subordinazione dell’istinto alla ragione. In essi, si riconosce forme di malessere morale: l’accidia è diventata depressione, che si caratterizza come una perdita di adesione all’elemento vitale dell’esistenza: gli eccessi della gola possono dar luogo a forme di relazione patologica nei confronti del cibo, come nel caso della bulimia o dell’anoressia, ad essa complementare; anche l’ira può essere considerata, nei suoi eccessi, una forma di disagio psichico. La lussuria non è più considerata morale comune come un peccato, ma come una libera disposizione alla sessualità. L’unico peccato capitale che nella nostra società conserva ancora l’aspetto de male sociale è l’attaccamento al denaro, riconducibile all’avarizia, da Dante intesa proprio come avidità: esso è all’origine di tante ingiustizie, delle logiche di sfruttamento su cui regge buona parte dell’economia mondiale e non ultime, di numerose aberrazioni del comportamento degli individui all’interno degli organismi sociali.
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